For millions of years, mankind lived just like the animals.
Then something happened which unleashed the power of our imagination:
we learned to talk.
All we need to do is make sure we keep talking.
Nella notte che precede la consegna degli Oscar poteva mancare la messa in atto della più clamorosa messinscena del campionato nostrano? Certo che no, peccato che sia un film già visto e che, in tutta sincerità, ha già stracciato le palle, manco fosse il solito cinepanettone.
Cosa si può dire di più della sconfortante serata di Reggio Calabria?
Nella mia mente riecheggiano le immagini di 3 anni fa, quel famoso Reggina-Juventus 2-1 dell’era Capello che segnò la nostra prima sconfitta in quella stagione e che è passata alla storia per la prigionia di Paparesta negli spogliatoi del Granillo.
In quella partita successe di tutto, gli amaranto segnarono due volte quasi per sbaglio ed alla Signora venne negato di tutto: falli, rigori, reti regolari.
Quel diabolico pensatore di Karl Marx sosteneva che effettivamente la storia abbia il potere di ripetersi: “peccato che prima si presenti in forma di commedia e poi di farsa” concludeva.
Come non concordare? Come non pensare che un arbitro come Dondarini meriti di essere rinchiuso in uno stanzino con la registrazione della partita proiettata per 48 ore di fila?
Come spiegare la vasta gamma di sensazioni che pervade la nostra mente dopo questa assurda serata di ordinaria follia?
Questa sera ho visto la miglior Juve da trasferta della stagione, a dispetto delle tante assenze: gioco veloce, tocchi di prima, colpi di tacco, determinazione e solita voglia di vincere.
C’era un’altra squadra in campo per caso? Alla Reggina di stasera si poteva benissimo sostituire una rappresentativa di artigiani valdostani (e non me ne vogliano questi ultimi) ed il risultato non sarebbe cambiato: una squadra timorosa, che trova il gol della vita con un episodio che si colloca a metà tra una botta di fortuna clamorosa ed una classica broccata del difensore avversario, (leggi Molinaro, il terzino che non mette un cross giusto neanche sotto la minaccia di un machete) che difende come la più scarsa delle squadre di C2 e che porta a casa il bottino pieno nell’unica volta che attraversa la metà campo nel corso della ripresa.
Badate bene, amici miei: alcune di queste considerazioni maturavano nella mia testa ancora a metà del secondo tempo, quando ancora il nostro amato capitano trovasse il pareggio su uno svarione di quell’esempio di mancanza di meritocrazia calcistica chiamato Campagnolo.
Questa sera
Non mi soffermo sugli episodi amici miei, non avrebbe alcun senso: per me il risultato di questa partita è 3-0, rapporto che si ottiene contando i rigori non concessi ai bianconeri.
Non ha senso dire altro, rigori, non rigori, polemiche, terzi tempi, risse e cartellini rossi, arbitri, nani, ballerine, dirigenti federali e dipendenti Telecom. Il tutto nel giorno in cui Almiron segna addirittura un gol decisivo per le sorti del Monaco: accidenti che giornata movimentata.
Faccio solo un appello alle stimate persone che stanno ai vertici della nostra società: vi prego, andiamocene da questo paese che non ci merita più.
Andiamocene, e chiediamo l’annessione alla federazione francese, che avranno pure la puzza sotto il naso ma almeno avranno la decenza di dirci in faccia che ci odiano e non ci vogliono vedere vincere.
Andiamocene da questo paese di arbitri condizionati, di giornalisti che non sanno più come spiegare il “post-Calciopoli”, di Bergomi che si vede costretto a dare ragione alla Juve, di dirigenti che parlano ancora di classifiche e risultati puliti e di direttori di gara “che devono crescere”.
Andiamocene da questo paese che vive di polemiche, di veleni, che vive sotto cumuli di rifiuti ammassati dietro l’indifferenza di parlamentari con la pancia strapiena.
Andiamocene da questo paese che si prospetta ad avere come presidente del consiglio un 72enne imprenditore plurinquisito e con le mani in pasta nella gran parte degli interessi della nazione.
Andiamocene, amici miei, e gridiamo forte la nostra indignazione contro un paese che ogni giorno di più si dimostra palcoscenico di una colossale e rivoltante commedia.
Dovremmo andarcene, si, eppure Martedì ci sarà il derby, la classica partita che dimostrerà come a Torino una squadra di estrazione bovina non meriti di abitare in una città di siffatta bellezza e storia.
So bene che ingoieremo anche questa e terremo alta la testa, con la signorilità di Roi Michel disteso, deluso ed incazzato come quella volta del gol annullato contro l'Argentino Jrs., ripromettendoci di riprenderci tutto con gli interessi, qualche splendido giorno: nel frattempo, amici miei, teniamo alta la testa e le bandiere; prima o poi su questa indegna farsa dovrà calare il doveroso sipario.
Riporto questo profondo testo di autore anonimo che funge da testo per una petizione online: pubblico perchè rispecchia al 100% il mio pensiero sul tema in questione,
buona lettura
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell'intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
>k§Andr
Stanchi delle bestemmie di Germano Mosconi e delle infinite varianti proposte dal web? Stanchi dei soliti artisti incapaci di proporre musica innovativa?
Bene, allora Spitty Cash fa decisamente al caso vostro: i suoi video spopolano su YouTube, con una media di 50.000 visite e valanghe di commenti, oltre che ad un ampio riflesso su tantissimi blogs dello Stivale che lo segnalano, elevandolo a nuovo mito usa e getta della rete.
Ma chi è Spitty? Da quel poco che si sa è un ragazzo romeno di 19anni che vive nelle Marche e che ha un solo grande desiderio nella vita: fare il rapper.
I risultati di questo tentativo sono testimoniati dai video, in via di consacrazione come nuovi punti fermi del thrash: Spitty infatti non è esattamente il nuovo Eminem, seppure si autodefinisca “gangsta fino in cima” e sia sempre alla ricerca del modo migliore per “fare cash” ed uscire dal “ghetto” marchigiano. I due video finora proposti sono autentiche perle, così pieni di riferimenti scontati al mondo dell’hip hop da farvi pensare che si tratti di una presa per i fondelli: nel primo singolo “Street Chronicles” Spitty ci parla infatti di come sia dura stare nel ghetto e lo dimostra bighellonando in una periferia qualunque sotto un lampione a ridosso del Conad, in certi frangenti lo si può addirittura vedere seduto su una Fiat Panda mentre si atteggia come fosse alla guida di una low-rider.
Ma è nel secondo video che Spitty dà il meglio di sé: “Difficoltà nel ghetto” è una dura invettiva contro l’indifferenza verso “i bambini poveri e non solo”, condizione che Spitty dice di aver vissuto e di aver superato con la volontà di “fare cash”. Il montaggio di questo video è semplicemente strepitoso: Spitty e amici vari si atteggiano da rappers su un triste sfondo bianco, sfoderando tutti i luoghi comuni più pacchiani del genere; la catena al collo, una maglia della G-Unit, una mimica goffa ed impacciata unite ad alcuni momenti da antologia dovuti all’improvvisato regista. In tempi di generalizzata insofferenza anti-romena guardare questi video può risultare un bene: è la testimonianza che seppure tra mille sforzi una, seppur comica, integrazione è possibile.
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